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19 Ott 26

Spirometria nella BPCO: un esame essenziale ancora sottoutilizzato

La broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) rappresenta uno dei maggiori problemi sanitari mondiali. Si stima che circa 480 milioni di persone ne siano affette e che la malattia provochi circa 3,7 milioni di morti ogni anno, collocandosi al terzo posto tra le cause di morte nel mondo.

Nonostante la sua rilevanza e i progressi della terapia, la BPCO rimane largamente sottodiagnosticata. Uno dei motivi è probabilmente da ricercare anche nell'insufficiente utilizzo di un esame semplice, rapido e non invasivo: la spirometria.

Perché la spirometria è indispensabile per la diagnosi di BPCO?

La diagnosi di BPCO non può basarsi soltanto sulla presenza di dispnea, tosse, espettorato o sulla storia di esposizione al fumo e ad altri fattori di rischio. Questi elementi consentono di formulare il sospetto clinico, ma la spirometria è necessaria per confermare la diagnosi, dimostrando la presenza di una persistente limitazione del flusso aereo.

Si tratta di un esame relativamente semplice, poco costoso e privo di invasività. Eppure continua a essere sorprendentemente sottoutilizzato.

Una domanda molto semplice aiuta a comprendere questa contraddizione:

Quante persone hanno eseguito almeno una volta nella vita un elettrocardiogramma? E quante una spirometria?

La risposta intuitiva contrasta con la frequenza e l'importanza delle malattie respiratorie.

Ancora più sorprendente è che la spirometria sia poco utilizzata persino nei pazienti ai quali è già stata attribuita una diagnosi di BPCO.

Quanto viene utilizzata la spirometria in Italia?

I dati italiani documentano bene il problema.

In un'ampia popolazione della medicina generale comprendente oltre 15.000 pazienti con diagnosi di BPCO, soltanto il 31,9% aveva eseguito almeno una spirometria nel periodo considerato. Dati italiani più recenti indicano che, nei contesti nei quali l'accesso alla spirometria non è adeguatamente organizzato, una quota rilevante delle diagnosi di BPCO continua a non essere supportata da una conferma spirometrica (Ferrara F, et al. 2026).

Il problema non riguarda quindi soltanto la disponibilità di uno strumento diagnostico, ma anche la sua accessibilità nella pratica clinica quotidiana.

La spirometria misura soltanto FEV₁ e FVC?

La spirometria ha una storia straordinariamente lunga. Nel 1846 John Hutchinson, inventore dello spirometro, introdusse il termine “capacità vitale” dopo aver osservato che il volume di aria espirato dopo un'inspirazione massimale conteneva informazioni sullo stato di salute e sulla sopravvivenza.

Fin dalle sue origini, quindi, la spirometria non nasceva semplicemente per misurare un volume polmonare, ma per ricavare da una misura fisiologica informazioni clinicamente significative.

Quasi due secoli dopo, l'interpretazione della spirometria si basa prevalentemente su pochi parametri, in particolare FEV₁, FVC e rapporto FEV₁/FVC. Sono misure fondamentali: consentono di identificare la limitazione del flusso aereo e di quantificarne la gravità.

Ma la manovra spirometrica produce molto più di questi numeri.

Che cosa ci dice la curva flusso-volume?

Durante un'espirazione forzata viene generata una curva flusso-volume. La sua forma dipende dall'interazione tra ritorno elastico del polmone, caratteristiche delle vie aeree e loro comportamento dinamico durante l'espirazione.

La morfologia della curva contiene quindi informazioni fisiologiche che non sono completamente rappresentate dai soli FEV₁, FVC e FEV₁/FVC.

Gli pneumologi lo sanno da tempo: nell'interpretare una spirometria non guardano soltanto i numeri, ma osservano anche la forma della curva. Questa valutazione, tuttavia, è stata tradizionalmente soprattutto qualitativa.

Le tecnologie digitali consentono oggi di analizzare quantitativamente alcune di queste caratteristiche, senza modificare la manovra spirometrica, senza prolungare l'esame e senza richiedere ulteriori procedure al paziente.

Che cos'è l'Emphysema Severity Index (ESI)?

In questo contesto si inserisce l'Emphysema Severity Index (ESI), un indice ricavato automaticamente dalla morfologia della porzione espiratoria della curva flusso-volume (Occhipinti M, et al. 2019).

ESI non richiede una nuova manovra: utilizza informazioni già generate durante la spirometria convenzionale e le esprime attraverso un punteggio quantitativo da 0 a 10.

L'obiettivo non è sostituire i parametri spirometrici tradizionali, ma integrarli, ricavando dalla stessa espirazione forzata informazioni aggiuntive sulla fisiopatologia della malattia.

Più informazioni dalla stessa spirometria

La spirometria rimane indispensabile per la diagnosi della BPCO, ma il suo potenziale informativo non si esaurisce nella dimostrazione della limitazione del flusso aereo.

La possibilità di analizzare quantitativamente la morfologia della curva espiratoria rappresenta un'evoluzione naturale di un esame che, fin dalle sue origini, è stato concepito per ottenere informazioni clinicamente significative attraverso una semplice misura fisiologica.

ESI si inserisce in questa evoluzione: non un nuovo esame, ma un modo per ottenere più informazioni dalla spirometria che già eseguiamo.

Quali spirometri integrano il calcolo dell’ESI?

L’Emphysema Severity Index (ESI) è oggi integrato in due spirometri professionali MIR, progettati per rispondere a diverse esigenze della pratica clinica:

  • Minispir Plus ESI: spirometro USB per l’utilizzo su PC con software MIR Spiro Platinum.
  • Spirolab Plus ESI: spirometro da tavolo tutto in uno, dotato di display touchscreen e stampante termica integrata.

Entrambi gli strumenti calcolano automaticamente l’ESI insieme ai tradizionali parametri spirometrici, rendendo disponibile un’informazione aggiuntiva senza modificare le modalità di esecuzione dell’esame.

Scopri Minispir Plus ESI e Spirolab Plus ESI e scegli la soluzione più adatta alla tua pratica clinica.

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